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RIflessioni

Storie di bambini tra "Il qui e l'altrove"

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Non è mai facile affrontare la tematica della migrazione, ma è necessario farlo cercando di ricostruire la storia di ognuno attraverso la creazione di mappe e disegni. Di Angela Maltoni.

Sconfiggere gli stereotipi attraverso il dialogo

Lavorare in classi dove le culture, le lingue e le tante sfumature della pelle costituiscono il “nodo” caratterizzante il gruppo può sembrare estremamente complesso. E talvolta lo è. Tuttavia, offre interessanti spunti di riflessione e di lavoro difficili da sviluppare in contesti omogenei per cultura e provenienza geografica. Nelle mie classi si è sempre sviluppata naturalmente – fin da piccoli – l’abitudinei al confronto e ad affrontare tematiche considerate “difficili” dai più perché strettamente legate ai molti stereotipi che ci impone la società. Essere stranieri, essere considerati tali o essere additati per il modo di vestire o per il colore della pelle è, nel le mie classi, il pane quotidiano di discussioni e conversazioni.
Molte volte, a inizio mattinata – quando ci si confronta nell’angolo morbido su emozioni o sensazioni e si condividono le piccole esperienze di vita quotidiana al di là delle mura “protette” dell’aula scolastica – emergono discorsi ascoltati sui mezzi pubblici, piccole discriminazioni, qualche strana occhiata avvertita passeggiando o giocando al parco. Alcuni dei miei alunni sono nati in Italia da famiglie immigrate e appartengono alla cosiddetta “seconda generazione”; altri invece hanno vissuto l’intero percorso migratorio; altri ancora sono figli di coppie miste e vivono in un continuo dualismo di lingue e culture differenti. Tutti parlano italiano e almeno un’altra lingua e – se non lo sono già – attendono di diventare a tutti gli effetti cittadini italiani.

Riflettere sul fenomeno della migrazione attraverso le parole

Lo scorso anno abbiamo ancora una volta affrontato il tema della migrazione. I continui sbarchi e le notizie drammatiche che si ascoltano in televisione o che leggiamo sui quotidiani in classe mi spingono a non lasciar mai decantare questo argomento. Questa volta però lo spunto non è arrivato da una notizia di cronaca, ma dal desiderio di riprendere l’argomento in un momento di relativa calma per poterne parlare in toni diversi e meno drammatici, cercando di analizzare il fenomeno e delinearne motivazioni e cause.
Siamo partiti da un brainstorming in cui le parole chiave dovevano essere collegate direttamente ai termini “migrare” e “migrante”. Ognuno ha cercato parole che una volta scritte su foglietti colorati sono diventate il volano per creare delle personali definizioni. Dopodiché si è cercato tutti insieme di interpretarne i significati fino a racchiuderli in un’unica frase che potesse esplicitare al meglio ognuna di queste parole. I bambini si sono trovati d’accordo, non senza qualche discussione, sul definire “migrare” come “cambiare luogo in cui si vive per motivi politici o economici”, mentre colui che “migra” è stato definito come “la persona che dolorosamente va via dal suo paese per motivi molto importanti”. Ognuno, bene o male, si è ritrovato a pensare in qualche modo a se stesso, ai genitori o ai nonni che nella loro vita si sono allontanati dal paese di origine per arrivare nel luogo dove oggi vivono.

A quale luogo appartengo?

Proprio questa appartenenza a più “luoghi” mi ha fatto riflettere sulla necessità di rendere reali e far comprendere ai bambini i loro percorsi migratori, cercando di valorizzare le storie di ognuno. Ho pensato quindi di proporre loro tre parole – “qui”, “là” e “altrove” – per le quali dovevano cercare una definizione in cui potersi ritrovare. Ognuno di questi tre avverbi ha suscitato all’interno del gruppo classe una grande curiosità. Alla loro richiesta di ulteriori indicazioni mi sono limitata a suggerire di definirli rispetto alla loro vita, invitandoli a lavorare prima individualmente, poi in piccolo gruppo e infine a cercare significati che potessero trovare tutti più o meno d’accordo.
Il “qui” è stato individuato come il punto attuale della loro vita, in termini di età e di luogo dove vivono; il “là” come il posto dove sono nati, il loro paese d’origine, il luogo dove hanno trascorso l’infanzia o dove hanno abitato; mentre l’“altrove” è stato definito come “un altro luogo”, con sfaccettature diverse ed estremamente interessanti. È diventato per alcuni il futuro, per altri il presente di una persona a cui sono legati in un altro luogo della Terra, qualcosa che può anche assumere una valenza reale o immaginaria.
Dalle definizioni si è poi passati alla creazione di un disegno che potesse in qualche modo descrivere la storia di ognuno di loro. Il modo più semplice per definire ognuna di queste parole i bambini l’hanno individuato nella costruzione di mappe.
Grazie a un foglietto bianco e a un pennarello a punta fine sono state disegnate le storie personali e famigliari dei componenti della classe. Ognuno ha messo nero su bianco il proprio vissuto: un percorso che ha preso avvio al momento della nascita e che ha superato ostacoli e tappe fondamentali. Tra queste ultime hanno una certa rilevanza gli avvenimenti legati alla famiglia, come la nascita di un fratello o di una sorella, l’inizio del percorso scolastico, ma anche i viaggi legati all’“esplorazione” di quell’altrove più o meno conosciuto o sognato. Da alcuni di questi disegni emerge anche una certa confusione e la netta percezione di un senso di mancanza di appartenenza a un luogo specifico che fa riflettere su quanto sia difficile per i bambini “del qui e dell’altrove” collocarsi in uno spazio ben definito.

Città reali VS città immaginate

Successivamente ho proposto la visione del libro Viaggio per Utòpia, Terre Di Mezzo Editore. Un volume a fisarmonica che nasce come albo da colorare, in cui compaiono elementi di città reali e immaginate che convivono in un’unica illustrazione lunga circa due metri. La scelta di visionare questo libro è nata dall’idea di stimolare la fantasia dei bambini per creare graficamente quel “là” che non tutti possiedono a livello esperienziale perché molti non sono mai stati nel paese d’origine della loro famiglia. Per poter creare delle città utopiche con elementi reali che contenessero il “qui” e il “là” di ogni bambino ho scelto di farli lavorare su fogli lunghi e stretti per avvicinarmi il più possibile al formato del libro. Ogni lunga striscia di carta è stata utilizzata contemporaneamente da due bambini, piazzati ciascuno alle opposte estremità del foglio. Il risultato è stato molto interessante: ognuno ha fuso ricordi ed esperienze quotidiane delineando contestualmente i diversi luoghi della propria vita in una porzione di foglio. Il passaggio successivo è consistito nel dare un nome a queste città utopiche, per le quali tutti insieme si è deciso di “fondere” i nomi. Sono così nati “Cornigliocco” dall’unione di Cornigliano al Marocco, “Generù” da Genova e Perù, “Tiracorni” da Tirana e Cornigliano o “Indalia” da India e Italia. Poi abbiamo unito le rappresentazioni disegnate sui due lati del lungo foglio e costruito un punto di contatto tra i due paesi, con ponti, strade e arcobaleni a unire mondi tanto differenti. Per le copertine, ultimo atto di questa attività, create per racchiudere il lavoro di ogni coppia, i bambini hanno scelto di ritrarsi accanto al compagno con cui hanno condiviso l’esperienza, completando il disegno con frasi di saluto nelle varie lingue madri. Un bel lavoro, che ha anche una sua morale: per i bambini le differenze non sono un ostacolo, ma una risorsa.



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