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RIflessioni

Parole chiave: dialogo (di Franco Lorenzoni)

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da Atlante dell’infanzia a rischio 
Lettera alla scuola (Treccani e Save The Children)

Chi è il padrone della parola nella scuola?
Noi insegnanti, senza alcun dubbio, non solo perché abbiamo sempre l’ultima parola, ma perché è nostra anche la prima e spesso quasi tutte quelle che stanno in mezzo. In classe chiediamo a bambini e ragazzi non solo di ascoltarci, ma anche di farlo con attenzione, perché noi poi li si interroga su ciò che abbiamo detto e questo accresce enormemente il potere dellanostra parola. Parola che, oltre a informare e tentare di formare gli studenti, porta quasi sempre al guinzaglio il cane del giudizio, che a volte è imprevedibile o rabbioso e sempre, comunque, incute qualche timore. Così ragazze e ragazzi, persino quando ascoltano con desiderio, non dimenticano quasi mai il giudizio che verrà, perché è a lui che pensano di dover rispondere. In queste condizioni, come si può auspicare uno scambio autentico e reciproco? La parola reciproco evoca il recus e il procus, cioè l’andare indietro e avanti e ancora indietro e avanti: un movimento, un respiro, che nasce dall’arretrare. Se io che insegno non faccio un passo indietro, se non faccio un po’ di silenzio anche interiore, è impossibile che mi metta in ascolto. Dunque, se ho il desiderio di proporre un dialogo, devo mettermi in ricerca, fare un lavoro su me stesso e domandarmi: quante volte ho imparato e capito qualcosa di nuovo ascoltando bambini e ragazzi con cui condivido tante ore in classe? Non qualcosa sulla loro vita e le loro esperienze, cosa che talvolta ci accade se non siamo completamente sordi, ma qualcosa su ciò che ho il compito di insegnare loro. Per molti anni, negli incontri proposti nella Casa-laboratorio di Cenci e in un’esperienza che ho avuto l’occasione di condurre a Palermo e poi a Modena insieme a Roberta Passoni, abbiamo ricercato attorno a una modalità di relazione di ascolto che abbiamo chiamato cerchio narrativo. Si tratta di un momento scolastico sottratto al giudizio. Ci diamo un tempo e ci ritroviamo in un luogo possibilmente diverso dalla classe (se non è possibile trasformiamo lo spazio della classe spostando i banchi), mettiamo le sedie in cerchio o ci sediamo a terra e poi, dopo avere compiuto questi piccoli gesti che evocano una sorta di rito laico, ci mettiamo a raccontare di noi a partire da un tema che a volte può apparire astruso come «una finestra che ricordo», «i miei capelli», «un trasloco». Inevitabilmente, inesorabilmente, tutti si mettono a raccontare fatti e accadimenti che talvolta non hanno mai condiviso con nessuno perché il patto è che non ci sia alcun giudizio e che tutto ciò che diciamo resterà tra noi. Superata qualche difficoltà iniziale, il cerchio narrativo quasi sempre funziona e ragazze e ragazzi hanno l’occasione di scoprire aspetti inaspettati dei compagni e noi con loro. Impariamo ad attendere il nostro turno perché la regola è che non si interrompe e non si taglia mai la parola a chi parla. Questa pratica aiuta a mettere in gioco i ruoli reciproci, che spesso nella scuola si irrigidiscono creando sofferenze, ma non cambia la sostanza dell’educare.
La sfida, infatti, sta nel trasformare una parte sempre maggiore dei momenti di apprendimento in momenti di dialogo e di ascolto reciproco. Se invece di dare la definizione di come si trova l’area di un triangolo ci scervelliamo insieme a capire come fare a misurare in quadratini una figura senza angoli retti, magari utilizzando spaghi, elastici e stecchini, è probabile che qualcuno azzarderà un’ipotesi e che qualcun altro la criticherà. Ne nascerà una discussione, ci sarà chi propende per una tesi e chi per un’altra «sfregando e limando i nostri cervelli gli uni contro gli altri», come suggeriva di fare Michel de Montaigne ben quattro secoli fa. Dopo avere avvitato tra loro alle estremità quattro stanghette di legno uguali a due a due, un giorno ci chiedevamo se piegando questa figura l’area restava uguale. A un certo punto Mario, a 8 anni, ha scoperto che dentro ai parallelogrammi che andavamo piegando c’era una linea invisibile che variava e ha concretizzato la sua idea mettendo un filo a piombo che cadeva perpendicolare alla base di legno che teneva in mano. Mario aveva visto l’altezza e da allora noi, in classe, andiamo cercando in tutte le figure la linea invisibile di Mario, perché quel modo di nominare l’altezza evoca una scoperta fatta da noi. Dovendo arrivare alla regola per calcolare l’area così Emilia, dopo avere ascoltato tanti suggerimenti, con straordinaria intuizione è arrivata infine a proporre:
«Si prende un triangolo di cartone, se ne prende un altro uguale in modo da comporre con i due triangoli un parallelogramma e si moltiplica la base per la linea invisibile di Mario. Trovata l’area del parallelogramma, si toglie uno dei due triangoli, cioè si divide per due, ed ecco l’area del triangolo».
È solo un esempio e ne potrei fare molti altri, raccontando del giorno di settembre in cui, partendo dalla domanda di un bambino di terza elementare su «perché si emigra?», abbiamo impostato una ricerca che è durata l’intero anno scolastico perché, per rispondere a quella domanda, abbiamo dovuto interpellare la storia, osservare la geografia, calcolare la distribuzione dei redditi a nord e sud del Mediterraneo e cercare spunti nell’arte. Un intero anno a dialogare tra noi e a interpellare la realtà, ciascuno a partire dalle proprie predisposizioni e sensibilità, fino ad arrivare a una mostra matematica con grafici che rendevano evidente l’inevitabilità del migrare dal Sud al Nord e a uno spettacolo teatrale in cui abbiamo messo in scena una storia di emigrazione: i viaggi di andata e ritorno dall’Italia, narratici dal papà uruguaiano di una bambina.
Ma per praticare il dialogo dobbiamo avere il coraggio di scegliere, opponendoci alla proliferazione di argomenti imposti dai libri di testo. Dobbiamo recuperare la nostra capacità di decidere cosa è essenziale, costruendo un curricolo – che vuol dire carretto e insieme strada –interpellando i bambini e i ragazzi, sapendo cogliere e accogliere i loro suggerimenti e le loro ispirazioni. Dobbiamo darci il tempo di ascoltare sempre tutti e dunque, necessariamente, fare molte meno cose e sostare a lungo al bordo di argomenti e di domande fondamentali. Solo così creeremo le condizioni per costruire giorno dopo giorno una comunità che ricerca, condizione indispensabile per non separare la conoscenza del mondo dalla conoscenza di noi stessi.

da Atlante dell’infanzia a rischio
Lettera alla scuola (Treccani e Save The Children)

Franco Lorenzoni è maestro elementare, attivo
nel Movimento di Cooperazione Educativa.
Ha fondato in Umbria la Casa-laboratorio di Cenci, un luogo di ricerca educativa e artistica che si occupa di tematiche ecologiche, interculturali e di inclusione. Collabora a «Cooperazione educativa», «Gli asini», «La vita scolastica» e al supplemento culturale domenicale de «Il Sole 24 ore». Gli ultimi suoi libri sono “I bambini pensano grande” (2014) e “Orfeo. La ninfa Siringa e le percussioni pazze dei coribanti. Tre miti sull’origine della musica” (2017).



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