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RIflessioni

Parole chiave: Cattedra (di Domenico Starnone)

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di Domenico Starnone

Ora qui, più che filosofare e pontificare, ci interessa l’atto di insegnare, verbo tutt’altro che di requie. L’insegnante deve imprimere sigilli invisibili, deve marchiare con marchi immateriali, cosa che richiede energia, passione, fantasia, una estrema mobilità della testa e l’arte ultracompetente del cesellatore. La conseguenza è che insegnare da seduti, da stravaccati in cattedra, è già un pessimo segno. A quel modo si prescrive, si detta, si assegna, si impone, si sorveglia, si punisce, ma non si insegna. O forse sì, si insegna, ma poco o niente, e con toni sonnacchiosi a studenti sonnacchiosi che stanno nei banchi soprattutto perché il docente esibisce le insegne della sua autorità, e di fronte all’autorità, per non ficcarsi nei guai, bisogna fare buon viso a cattivo gioco. Senonché montare in cattedra è appunto un cattivo gioco, che per funzionare presuppone discenti di spaventata subalternità. Tant’è vero che quando i discenti non sono né spaventati né subalterni, ecco che la cattedra stessa si degrada, viene ridotta a oggetto su cui battere pugni feroci o dalla quale lanciare anatemi: insomma uno strumento per incutere paura e quindi ottenere obbedienza. Naturalmente l’insegnante prende questa china in buona fede, vuole fare il suo lavoro. Ma urla oggi, batti il pugno domani, diventi un castigamatti, ti vergogni di te, ti passa la voglia di lavorare. Forse allora il docente, per fare bene, non ha bisogno di studenti atterriti.  E infatti nelle scuole elementari, nelle scuole medie, nelle università non si dice atterriti, si dice rispettosi. Ma poiché il rispetto non deriva direttamente dal fatto che si è in cattedra, ecco che la via più facile sembra quella del terrore («nella mia classe non vola una mosca»). Pessima via. Pensate alle prime forme di istruzione, quando avete di fronte un neonato di pochi mesi e volete incoraggiare la sua trasformazione da bestiolina a umano. Gli parlate con dolcezza. Il bambino (o bambina) sorride, agita gambe e braccia per la curiosità, per l’entusiasmo. Voi afferrate un sonaglino, lo agitate, il bambino si esalta, ride, spalanca la bocca, prova con grande impegno vocalizzi. Fa sforzi lieti e terribili con tutto il corpo, tira fuori dalla gola, come un mago dal cilindro, grida di contentezza, vuole saltare entusiasta dentro il linguaggio e farsi capire. A quel punto vi entusiasmate anche voi ed esagerate con la voce, esagerate con il sonaglino, tanto che il bambino si spaventa, batte le palpebre, irrigidisce tutto il corpo, non emette piu ̀suono, perde luce dagli occhi. Voi che fate? Ve ne compiacete, dite: bene, così rigido, così silenzioso lo istruisco meglio? No, fate marcia indietro e tornate a una voce suadente, la smettete di agitare il sonaglio come se voleste colpirlo in testa, insomma vi date da fare per tirarlo fuori dalla paura e riportarlo alle lallazioni gioiose. Di sicuro l’ultima cosa che vi viene in mente, se non siete una carogna, è seguitare a spaventarlo. Anche perché lo spavento è sempre in agguato, nei minori e nei grandi. Ci portiamo dentro per tutta la vita una bolla di paura che era lì fin dalla nascita e che con la vecchiaia, invece che sgonfiarsi, si gonfia – qualche volta perfino con serena accettazione – sempre più. Bene, istruire significa anche mettere sotto controllo quella bolla. Un insegnante questo deve fare, specialmente quando ci sono bambini, ragazzi, che non si portano dentro una regolare dose di spavento, ma hanno fatto esperienze dove il terrore sono stati o sono ancora il loro pane quotidiano. La cattedra, lì, non solo non serve, ma è un segno di fallimento. Gridare dalla pedana, dal tavolo: «basta», «finiscila», «non ridere», «non ti agitare», «stai composto», «ora vengo lì e facciamo i conti», è una china che è meglio evitare. 

Certo, si può dire che si tratta di bambini difficili, ragazzi aggressivi, senza rispetto. Ma le difficoltà non si superano tenendosi a distanza, e il rispetto implicito nel fatto puro e semplice che si è in cattedra ha scarsa aura. Il rispetto vero bisogna guadagnarselo giorno per giorno e forse, tanto per cominciare, il modo migliore è evitare di gridare rabbiosamente, minacciosamente: ora vengo lì e facciamo i conti, ma piuttosto andare lì subito – lì dove tutto è difficile sempre – lontano dalla cattedra, con curiosità, con dolcezza, con comprensione, con un discreto bagaglio di competenze, e fare i conti da subito – contare, raccontare, farsi raccontare – per capire e lavorare di conseguenza. Se questo succede, può essere che nasca un rispetto non indotto dal timore: un rispetto devoto, persino affettuoso, l’unico in grado di ridare qualche lustro al brutto aggettivo cattedratico.

 

Domenico Starnone è nato a Napoli (1943).
È stato insegnante per una trentina d’anni.
Ha lavorato a lungo nella redazione del «Manifesto». Ha esordito come narratore con “Ex cattedra”
(Feltrinelli 1987). Con “Via Gemito” (Feltrinelli 2000) ha vinto nel 2001 il premio Strega. L’ultimo suo libro è “Scherzetto” (Einaudi 2016).

Atlante dell’infanzia a rischio Lettera alla scuola



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