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Dossier Online - Conoscere i conflitti

Focus 3 - Se io fossi te

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Ogni identità quando si afferma contestualmente ne richiama un’altra o una molteplicità di altre. (Gioia Longo)

Per Canclini (1998) l’identità deve essere ripensata alla luce della globalizzazione economica e culturale, e delle nuove tecnologie.
Deve essere ridefinita ibrida, anche alla luce dei paradossi emersi nelle discipline umanistiche. Se le scienze dello spirito, il romanticismo popolare e i nazionalismi avevano focalizzato l’attenzione sulle culture locali, disegnando i confini territoriali ed etnici delle identità culturali, oggi le culture, non più radicate dentro i confini delle appartenenze, sono attraversate e alterate dai flussi migratori, da processi di ibridazione che ne indeboliscono le radici, dalla globalizzazione e dai flussi mediatici delle informazioni.
L’internazionalizzazione dell’economia, la centralità della comunicazione, il crescente divario demografico economico e sociale fra le diverse aree del pianeta, la mobilità e i fenomeni migratori hanno ridisegnato la geografia del sistema mondo e le categorie di spazio e tempo, di distanza e prossimità tra le culture. Senza, tuttavia, ridurre la differenza alla supremazia della cultura occidentale, dando luogo piuttosto a ibridazioni e contaminazioni culturali, a identità sincretiche che mutano, si trasformano nel flusso di una storia plurale, che non è più soltanto la Storia dell’Occidente.
Nell’io convivono identità e alterità, anche l’interlocutore è un altro interiorizzato. L’altro, infatti, non solo esiste in sé per sé, ma anche per quello che è per me e per quello che io penso di essere per lui (Gioia Longo, 1993: 59).
Lo stereotipo dell’altro e del diverso introduce un elemento di semplificazione (sono tutti uguali), laddove invece sussiste complessità e variazione, implica un pregiudizio che ha la funzione di accentuare la differenza noi/loro e incanalare e indirizzare atteggiamenti di intolleranza e stigmatizzazione dello straniero.
Le dinamiche di identificazione con il gruppo di appartenenza e del capro espiatorio alimentano la paura dell’ignoto, del non conosciuto oltre i confini circoscritti del noi, trasformano l’immigrato in minaccia, ombra inquietante, simulacro dello straniero.
In una riflessione, Tajfel, psicologo sociale, ha lavorato sui concetti di esclusione, stereotipo e pregiudizio, verificandone la pertinenza e la validità su gruppi sperimentali, e ha affermato che le “sindromi da etnocentrismo” non sono costitutive della “natura” umana, ma emergenti talvolta nella storia in particolari condizioni critiche, che alimentano la competizione e l’aggressività tra i gruppi e riducono la disponibilità alla cooperazione e alla solidarietà sociale.
Si parla di empatia da metà degli anni Novanta, con la scoperta da parte di Giacomo Rizzolatti e del suo gruppo, all’Università di Parma, dei neuroni specchio, un circuito di cellule nervose che, individuato nelle scimmie e poi nell’uomo, permette di riconoscere le azioni degli altri e di sentirle come proprie. In pratica, una persona che osserva un’altra compiere un’azione è in grado, attraverso l’attivazione dei neuroni specchio, di simulare la medesima azione nel proprio cervello. L’attivazione dei neuroni specchio non è un processo volontario, ma un automatismo che entra in funzione in maniera inconsapevole ogni volta che osserviamo un’altra persona compiere un’azione. Oggi sappiamo che i meccanismi specchio permettono di riconoscere non solo le azioni, ma anche le intenzioni e addirittura le emozioni degli altri. Il “contagio” delle emozioni è diventato in pochi anni un tema di ricerca non solo rispettabile, ma anche entusiasmante. E non si studia l’empatia soltanto negli esseri umani, ma anche negli animali. Negli esseri umani l’empatia è innata ed è già attiva alla nascita. Fin dal primo giorno di vita i neonati sembrano in grado di percepire lo stato d’animo della mamma o delle persone che stanno loro vicino. Il canale di comunicazione ha due componenti, una emotiva e una cognitiva. Ciò significa che siamo in grado di percepire le emozioni sia in modo automatico, senza che ce ne accorgiamo, sia in modo razionale, riconoscendole con un ragionamento. Gli indizi che sappiamo cogliere, e che ci permettono di comprendere immediatamente se una persona è allegra, triste o pensierosa, sono un insieme di segnali sottili, che includono fra le altre cose i gesti, la postura, l’espressione del viso, il tono della voce.
È probabile che gran parte delle interazioni sociali umane coinvolgano processi empatici. Per esempio, quando due persone fanno gli stessi gesti, parlano nello stesso modo, o si trasmettono sbadigli l’un l’altra, ciò che avviene è una sincronizzazione automatica e inconsapevole dei gesti e dei movimenti, che è associata all’empatia. Una dote magnifica per chi ce l’ha, l'empatia quando manca crea qualche problema. Simon Baron-Cohen è uno psicologo inglese, fra i massimi esperti al mondo di sindromi autistiche. Nel suo ultimo libro, intitolato Zero degrees of empathy Simon Baron-Cohen propone una nuova teoria, capace di spiegare alcune forme di crudeltà umana con la mancanza parziale o totale di empatia. Ogni persona, secondo Baron-Cohen, viene al mondo con un quoziente di empatia in parte ereditario, dovuto alla particolare conformazione che assumono i circuiti di neuroni coinvolti nei processi empatici. Questa dotazione genetica e anatomica non è statica, ma dopo la nascita continua a essere plasmata e riconfigurata a seconda di ciò che ogni individuo sperimenta durante lo sviluppo. Particolarmente importante in proposito sono l’affetto e l’attenzione dei genitori.

Esempi di domande per favorire la riflessione nelle relazioni conflittuali dei ragazzi e delle ragazze:
- Come esprimo il mio disagio?
- Da che cosa mi accorgo che mi sto arrabbiando?
- Come esprimo la mia rabbia?
- Quali azioni esprimono la tua rabbia?
- Come si svolge il litigio?
- Come mi riappacifico con me stesso?
- Come esprimo all’altro la mia voglia di pace?
- Come mi accorgo che tu hai voglia di fare pace?
- Quali sono i gesti che mi colpiscono nel tuo chiedermi di fare pace?
- Ascoltare per capire, che significa non fermarsi alle parole, ma collegarsi con il cuore dell’altro;
- Imparare a dire di no senza sentirsi in colpa e a dire di sì con consapevolezza;
- Educare alla responsabilità rinunciando a far ricorso alla minaccia per indurre paura e alla colpevolizzazione per indurre vergogna e senso di colpa.



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